Apocalisse. Fine del mondo

Quante volte nel linguaggio giornalistico, cinematografico, e ancor di più in quello comune, sentiamo questi termini usati tante volte impropriamente, perché non se ne conosce il vero significato etimologico, né tantomeno quello biblico. Partiamo con una precisazione: Apocalisse e fine del mondo, non sono sinonimi. Per essere precisi, la riflessione teologica non sostiene nessuna argomentazione a favore di un’ipotetica distruzione e della fine mondo, al femminile; il suo oggetto è, invece, IL fine del mondo, al maschile, che è propriamente la rigenerazione del mondo alla fine dei tempi.

Attenzione: non ri-creazione, di un nuovo mondo sulle ceneri di quello distrutto prima, ma la rigenerazione di questo mondo in cui viviamo, creato da Dio, che continuerà ad esistere in una nuova condizione: quella trasfigurata; proprio come sarà per ogni uomo ed ogni creatura, per mezzo della Risurrezione di Cristo-Dio, primizia di questa pienezza di vita.

Assodato che quindi con il termine Apocalisse non s’intende qualcosa di catastrofico, possiamo chiederci: ma cosa significa Apocalisse? Letteralmente vuol dire “rivelazione”, “togliere il velo”, ed è il nome dell’ultimo libro della Bibbia, scritto, secondo la tradizione, dall’Apostolo ed Evangelista Giovanni. In realtà, secondo alcuni studiosi, il Giovanni che ha scritto l’Apocalisse non è propriamente l’Apostolo, ma, forse, uno dei suoi discepoli, esiliato dall’Imperatore Diocleziano nell’isola di Patmos, in Grecia, che usa il nome dell’Apostolo per dare autorità e credibilità a quello che scrive.

Il libro contiene, appunto, la rivelazione di Dio sulla città santa, la Gerusalemme del cielo, che prefigura come sarà la realtà del mondo trasfigurato: non sarà mai notte e ci sarà sempre la luce del sole, cioè la luce della presenza di Dio; accoreranno uomini da tutti i punti cardinali, ad indicare l’universalità della salvezza; al centro della città vi è l’albero della vita, che troviamo, assieme all’albero della conoscenza del bene e del male, anche nel Libro della Genesi, che apre la Bibbia: nella creazione l’uomo non aveva saputo obbedire al comando divino di non mangiare del frutto dell’albero della conoscenza, di non sentirsi come Dio, tanto da poter mettere le mani anche sulla vita ma di riconoscersi creatura, e così scaturì il peccato; ora nel mondo trasfigurato l’albero è il segno della vita piena, elargita da Dio ad ogni uomo.

Questa rivelazione avviene in sogno. È una modalità più volte ricorrente nella Bibbia: il sogno è un “luogo privilegiato” per la comunicazione della volontà di Dio agli uomini, tramite i suoi messaggeri. Inoltre avviene nel Giorno del Signore, quando la comunità è radunata per il culto, per svolgere l’azione liturgica. Questo è un particolare importante perché qui s’intreccia sia l’aspetto storico, sia la realtà della fede attraverso cui l’uomo è chiamato a trovare il senso vero della vita, che va oltre la materialità, facendolo giungere a Dio.

Al tempo in cui è stata scritta l’Apocalisse, l’Impero Romano si estendeva dall’Europa, all’Africa e fino all’Asia. Anche Patmos, in cui l’autore si trovava, era possedimento romano. Qui vi era una comunità cristiana che si stava allontanando dalla fede e stava cadendo nell’idolatria, cioè nel venerare altri idoli. I romani, infatti, all’inizio perseguitarono aspramente i cristiani, ma poi divennero più “tolleranti” permettendo loro di radunarsi privatamente per celebrare il culto, a patto che, nelle cerimonie pubbliche ed ufficiali dell’Impero, offrissero sacrifici agli dei pagani, cui tali feste erano dedicate. Il rifiuto prevedeva la morte. Molti cristiani, quindi, preferivano sacrificare agli dei, peccando d’idolatria.

Ecco il richiamo forte di Dio nel giorno a lui dedicato: ritornare alla vera fede, non allontanarsi da essa, perché se i persecutori possono uccidere il corpo ma nulla possono sull’anima, rinnegare Dio, disconoscerlo, fa morire anche e soprattutto l’anima. E a questa seconda morte, non c’e’ rimedio. Un invito capace anche di incutere timore: se la comunità non si convertirà, Dio la distruggerà; questo fa capire la serietà del richiamo e la necessità di cambiare rotta. Un richiamo indirizzato alla comunità di Patmos dell’epoca, e alle altre Chiese dell’Asia cui è rivolta l’Apocalisse, ma che è valido per ogni comunità anche oggi. Un invito attualissimo, perché tante sono le moderne, intellettuali e subdole persecuzioni, anche non prettamente fisiche, che nel nostro mondo moderno inducono ad allontanarsi da Dio, a disconoscerlo, a diventare idolatri.

- Death on a pale horse | 1796 | Benjamin West -

Ed è proprio in quest’ottica di presa di coscienza delle forze del male che agiscono nell’uomo e nel mondo, che va interpretato il linguaggio di Apocalisse. Un linguaggio simbolico che ha sempre incuriosito e creato domande in chi legge, ma che, tante volte, è stato stravolto da letture personali, lontane dal suo reale significato. Come con i “numeri”, ad esempio. In Apocalisse ne troviamo tanti: stanno a significare “l’ordine”. Attraverso di essi viene espresso un concetto importante: anche se nel mondo sembrano prevalere le forze negative, queste non possono vincere il bene, la presenza di Dio tra gli uomini che garantisce un “ordine” delle cose, un preciso sentiero che la storia percorre così che non potrà mai smarrirsi.

Ogni numero ha un suo particolare significato: il 3 significa “perfezione”, il 4 “l’universalità” (i 4 punti cardinali, cioè tutto il mondo), il 7 significa “pienezza di Dio”, il 6 è “l’opposto della pienezza”, il 12 indica “il popolo di Dio” (12 erano le tribù del Regno di Israele, 12 gli Apostoli), 1000 è “il tempo” (il Regno di Dio sarà di 1000 anni, cioè per sempre, per tutto il tempo).

Alla luce di questo breve chiarimento sul significato dei numeri possiamo, ad esempio, leggere correttamente il famoso “666” presente in Apocalisse come una “bestia che sale dal mare”, e qualificato, da molti, come il nome dell’anticristo. Sapendo, però, che il 7 indica la pienezza di Dio e che il 6 ne è il contrario, tale numero ripetuto per 3 volte (e il 3 significa perfezione) sta a dire che la bestia segnata con tale numero, rappresenta la “massima imperfezione”: Satana, che significa “divisore”, perché ha scelto di separarsi da Dio.

Quindi, non si parla tanto di anticristo, come di un nuovo messia che dovrebbe venire per opporsi a Cristo, ma di un nemico già presente nella storia che lotta per far separare l’uomo da Dio attraverso la “tentazione” e il “peccato”, attaccandolo nel corpo, nell’anima e nello spirito, cioè in ogni dimensione del suo essere. Tale sigla, indica anche, in generale, le forze oscure, che sono l’opposto di Dio che è la luce che rischiara le tenebre.

Al capitolo 7 di Apocalisse troviamo, invece, il numero dei “segnati con il sigillo”, cioè di coloro che sono salvati. Essi sono “centroquarantaquattromila” (144.000), da ogni tribù dei figli d’Israele”. Anche di questa affermazione viene fatta, da alcuni, un’interpretazione errata, “alla lettera”: coloro che otterranno la salvezza eterna sono quel numero. Ovviamente non è così. Gli studiosi definiscono quel 144 un “numero triangolare”: se si sommano le 3 cifre abbiamo come risultato 9 (1+4+4 = 9) il quale altro non è che il prodotto di 3 x 3. E dato che il 3 e’ il numero della perfezione, la moltiplicazione di 3 x 3 è il massimo della perfezione, cioè la salvezza è una possibilità per tutti, non per un numero limitato di persone.

Altri studiosi, invece, affermano che 144 sarebbe il numero delle nazioni del mondo conosciute all’epoca, ad indicare che la salvezza è per tutto il mondo. Due letture interessanti. Diverse ma con lo stesso significato: l’universalità della salvezza.

Oltre ai numeri troviamo anche molte “strane figure” dalle sembianze animalesche ed umane assieme. In particolare ricordiamo le “bestie”. Ci sono quelle che “vengono dal mare” che rappresentano l’oscurità (nel linguaggio biblico il mare è il luogo dell’inaccessibile, il luogo del male) e quelle che “vengono dalla terra” che rappresentano le forze negative e che si possono identificare con gli uomini che detengono il potere come re e governanti oppure con le nazioni conquistatrici e che nel testo sacro si riferiscono ad alcuni popoli e re che hanno dominato e schiavizzato Israele. In ultimo c’è il linguaggio dei colori. Ogni colore di Apocalisse ha un suo significato: il bianco indica “il divino”, il nero “la morte”, il verde “il futuro”, il rosso “il martirio”.

Tanto ci sarebbe ancora da dire ma non è possibile sintetizzare tutto in questo spazio. Qui abbiamo tentato solo di dare delle “coordinate”, così da potersi muovere correttamente tra le pagine dell’Apocalisse, qualora si volesse approfondirne la conoscenza o per saperne di più del semplice sentito dire. Fondamentale è ricordare che Apocalisse non è un libro di sciagure, di eventi catastrofici, ma un libro di grande profondità spirituale che richiama il lettore alla fede nel vero Dio per non lasciarsi travolgere dagli idoli del mondo, dalle intenzioni del male che può conquistare il cuore dell’uomo, dal peccato che rompe la comunione con Dio e con i fratelli. Un libro che fa prendere coscienza sulle cose realmente importanti ed essenziali e che si chiude con la più bella delle beatitudini per il lettore: la certezza che non è il male a vincere ma l’amore. L’amore di Cristo-Dio che è venuto nella storia, nascendo come uomo, morendo, risorgendo, ascendendo al Padre, donando lo Spirito Santo per la salvezza del mondo e che tornerà nella gloria, alla fine dei tempi.

Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario,per rendere a ciascuno secondo le sue opere.Io sono l'Alfa e l'Omega, il Primo e l'Ultimo,il principio e la fine.(Ap 22, 12-13)
Colui che attesta queste cose dice:"Sì, verrò presto!". Amen. Vieni, Signore Gesù.La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen!(Ap 22, 20-21)
Lorenzo Bottone
- Studioso di Scienze Religiose -